Una telefonata

 

 

Squilla il telefono e sento una voce:"Sono una sua alunna della scuola elementare "A. Riva".  Mi chiamo Alessandra e ho riconosciuto il suo volto dalla copertina di un libro esposto nella vetrina di una libreria. Appena rintracciato il suo numero telefonico, ho sentito il desiderio di sentirla, perché nonostante i quarant’otto anni trascorsi, non ho mai dimenticato il suo viso. Desidero tanto incontrarla per rievocare insieme le vicende di quell’anno scolastico."

Facendo memoria, ricordo che ero ancora supplente ed aspettavo il mio secondo figlio e mi era stata affidata una classe di trentasei bambini. Era una classe eterogenea costituita da elementi provenienti da diversi ceti sociali. Erano tutte carine: bionde, brune e castane, tutte con le finestrelle nella bocca per la caduta di qualche dentino da latte. Alessandra era una bambina dalle treccioline bionde, sempre attenta e disciplinata. Mi confessa di non essersi sposata, nonostante la sua  matura età e vive con la madre ottantenne  rimasta vedova da pochi mesi. Mi racconta dei suoi studi in medicina e poi del cambiamento d’indirizzo,  che l’ha portata alla laurea in pedagogia. Dopo aver  partecipato a svariati concorsi  viene assunta in banca, dove  conclude la sua carriera con il prepensionamento a causa della sua malferma salute. Anche lei soffre di cuore come il suo papà, morto tre mesi fa. Mi racconta del suo amore per un giovane siciliano, presentatole da amici comuni, col quale stringe un rapporto amichevole condividendo la passione per l’archeologia. I due ragazzi simpatizzano subito e la loro amicizia si trasforma presto in amore. Il giovane rientrato in Sicilia, non dimentica Alessandra: continua a telefonarle e a scriverle, rinsaldando così il loro sentimento.

Ma un brutto giorno viene comunicata alla ragazza la morte del suo fidanzato in un incidente sul lavoro. Alessandra cade in una profonda crisi, da cui fatica a risollevarsi. Continua a lavorare, ma dentro di sé qualcosa si è rotto: subentra uno stato di apatia e d’indifferenza. Il suo pensiero va sempre a Francesco e desidera raggiungerlo. Ma i suoi cari la riportano lentamente alla realtà. Trova un po’ di serenità quando si offre come  volontaria nell’ospedale microcitemico, dove può seguire tanti bambini ammalati, bisognosi d’amore. Durante la notte ha modo di consolarli accogliendoli fra le sue braccia.

Alessandra, pur non essendo mamma,  sente tanta tenerezza per i piccoli e in modo particolare è affezionata ai figli di suo fratello che sente come suoi.

L’amore è reciproco e la donna si sente appagata.  Ancora oggi continua il suo apostolato dando un senso alla sua vita. Dopo questa lunga confessione, che sembrava non finisse mai, mi saluta promettendomi una visita. La telefonata si interrompe lasciando nel mio cuore la gioia di non essere stata dimenticata

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